lunedì 7 marzo 2016

FEBBRE

La febbre, quando ero regazzino e fino ai vent'anni circa, era un'abitudine, quasi un hobby: “oh Tibbè ma tu 'ntiniv la febbr?”, così me salutavano e lo stupore era dato dal fatto che fossi in salute, senza febbre.
Ma qui non se parla di febbri da un giorno e via, 37,2° e non hai nulla, non fare le mosse, avand a la scol. Erano febbroni da 3-4 giorni a botta.
Stavo bene tra un'influenza e l'altra.
Ero uno di quelli che faceva più assenze a scuola ed ero così sfigaz che nel libretto delle giustificazioni dovevo scendere a compromessi con mia madre, eddai essù e scrivici che ho fatto filone, che ero in viaggio d'affari, in settimana bianca, dagli zii a, uhm, Montmartre, ad una manifestazione no-global e ma ca tu si scem tu a No-global non ci vai. Febbre era e febbre scrivo. E, copriti, che fuori fa freddo.

E andavo a scuola, così ultra-vestito da sembrare un'ultra-paffutello Omino Michelin.

Madre, ma non è che so' vestito un po' troppo pesante?

Negli anni, ho perso questa abitudine, sarà che il mio corpo si è rotto le scatole di stare allungato sul letto a guardare la programmazione mattutina di Italia 1 e di ingurgitare macine (per la cronaca, ora sono gocciole), pastine e tachipirine, sarà che oramai sono temprato da decenni di stenti e conti alla mano per campare, sarà che non può trentanoveemezzo per sempre.

Ora mi ammalo a scadenze annuo-semestrali, cioè ogni anno e mezzo.

E già non ci sei più abituato, e già l'amico vegetariano, di solito cagionevole di salute, quello che ha preso il mio posto nel club “amici dell'influenza”, te pija per culo “devi prendere lo zenzero, è un toccasana, ero raffreddato e ora sto in formissima!” e giù risate (un po' come se Cassano mi correggerebbe correggesse un congiuntivo), e già ti rode che nei millemila gruppi di Uozzap fervono i preparativi di uscite che dire memorabili è poco, e già dopo un po' non sai che fare se non dormire, sudare ogni due ore così a cazzo anche se non prendi nulla e vedere in una giornata tutta la quarta serie di House of Cards...

Arriva anche la piaga del vicino coatto-cacacazzi.

Al piano di sopra, ma proprio preciso sopra camera mia, abita 'sto tizio che avrà sulla cinquantina, un po' Fonzie, un po' Briatore del discount, un po' Drupi. Ecco forse somiglia a Drupi, ma più alto, senza capelli lunghi e e senza cavalli di battaglia, purtroppo col senno di poi, come “così piccoooola e fraaaagileeee”.
Qualcuno giura di averlo visto portare peripatetiche, alias bagasce, al piano di sopra e di averlo addirittura visto litigare con loro, con tanto di urla irripetibili “boddhanah!”, inseguimenti pirotecnici e scarpe e vestiti lanciati giù per le scale a mo' di ciabatte telecomandate lanciate da mia madre, quelle che te colpivano da piccolo in qualunque posto tu cercassi di nasconderti.
Insomma, un viveur del quartierino, che je dà ancora e che, anche se non rimorchia in giro e non conosce il significato delle parole “Tinder” e “Badoo”, rimembra ancora quello delle parole “Viali” e “Mignotte”.

"[...]Così gli ho proposto di fare un giro per i viali... Mi sembrava un po' imbarazzato. Poi, quando mi sono avvicinato ad una... ad una peripatetica[...]"  (per intenditori)


Fatto sta che, per aiutare o meno il coito, così all'improvviso, ad orari improvvisi ed inattesi, pompa, oltre la peripatetica di turno, musica a tutto foco. Ma con casse forti forti eh.
E non di notte, ché basterebbe chiamare l'amministratore per levare bagascia e burattini, ma, di giorno e quando tutti di solito o lavorano o sono in giro (la pennichella, la siesta, la controra al nord non è contemplata).

FIFIFIFFI FIFFIFÌ FIRIFIFFI FIRIFFÌ... dal nulla si staglia questo assolo di sax a non so quanti minchia di decibel. Sussulto dal letto, in preda al freddo e a quel senso di malessere unito al giramento di testa che, a sua volta, favorisce anche il giramento di qualcos'altro.
Oddio oioia e che è? A pessima musica il vicino pappons è un maestro (ascolta di solito dance anni '90 thisistherhythmofthenight ma a volte, raramente, mette su Pink Floyd e Police, attimi di lucidità saltuariamente li ha), ma così si esagera.
Beh, l'assolo saxesco è così ad alto volume che riesco a shazammarlo.

E mi esce questo:



E per non farsi mancar nulla, mi sono sentito in loop la parte finale tipo quindici volte e FIFIFIFFI FIFFIFÌ FIRIFIFFI FIRIFFÌ e FIFIFIFFI FIFFIFÌ FIRIFIFFI FIRIFFÌ.

Bloccato a letto, mal di testa, gola intasata, freddo letteralmente 'nguoll e dolori alle ossa, rimpiango la programmazione di Italia 1, Arnold, Bo e Luke e l'A-Team.

Non dormo e subisco, senza possibilità di replica, il supplizio divino vicino.

Se Dante, ex novo, avesse aggiunto un girone infernale, quello degli “influenzati”, la punizione sarebbe stata questa: con la febbre a 39 ascoltando in loop il finale di Careless Whisper di George Michael.

"Fatti non foste a viver come Drupi".

Anni e anni fa, da adolescente, avrei pagato per rimanere a casa con la febbre e saltare scuola, ora, non vedo l'ora di tornare a lavoro.

Diventare (più o meno) adulti è anche questo: avere il vicino pappone che, spero inconsapevolmente, ti tortura.


Alla prossima bagascia chiamo la buoncostume.

Oggi tutto il condominio ascolterà George Michael. Check this out!



domenica 21 febbraio 2016

ODDIO NON TI AVEVO RICONOSCIUTO

La sala è piena di gente: su due lati sedie disposte in fila una dopo l'altra, su un altro lato la poltrona su cui mi sono sempre schioppato tante belle dormite, in fondo, un drappo bianco-azzurro con l'effigie di Gesù a braccia spalancate, tipo Cristo Redentore di Rio o Ronaldo, quello vero, quando esultava e, davanti a Jesus, delle colonnine di luce bianca al neon. Il tutto con un tocco genuinamente e amorevolmente kitsch.
Nel mezzo della stanza, Mio Padre. Vestito col miglior vestito che ha e apparentemente dormiente, come dormiva lui, con la testa inclinata leggermente verso destra.

Nella provincia abruzzese la camera ardente è organizzata in casa.

Un silenzio parlato di sottofondo accompagna la veglia funebre: mamma è in sala, vicino papà e noi figli tra la sala e le altre stanze, spesso in cucina, un po' più riparata dalle genti ma nei paraggi della camera ardente.
I parenti vanno, vengono e rimangono e un po' ci cibano e ci ingozzano di roba da mangiare: cornetti, bombe alla crema, ciambelloni di pan di spagna e thermos di caffè a colazione; gnocchi, tagliatelle, fettine con funghi, tortellini in brodo e chi più ne ha più ne metta tra pranzo e cena.
A turno se magna. E io, per il nervoso più che per fame, magno de tutto, come uno scroffellone, della serie se non ho voglia di digiunare stavolta non ne avrò più, mangerò sempre e in tutte le condizioni psico-fisiche.
Mamma, non preoccuparti, la mia paffutellaggine rimarrà fissa nel tempo.
Il resto è una fiumana di persone che arriva, fa le condoglianze e gravita nei pressi del feretro.
Le sciure made in Abruzzo, tutte vestite in toni scuri ma soprattutto de nero, sono lì che sostengono più o meno silenziosamente mia madre e nel frattempo, in alcuni momenti, discutono a bassa voce: Com? Avev'n fistiggiat ijr 49 ann di matrimonj?! Addì che peccat!
All'improvviso, io ero arrivato da un paio d'ore, arrivano due suore filippine, indonesiane, boh del sudest asiatico che ne so, non gliel'ho domandato, e senza dire nulla (Bongiorn voi siete? E se ne scappano), vanno a bomba verso la sala che neanche due pugili che entrano sul ring: all'angooolooo deeestrooo Suooor Maaaariaaa, all'angolo sinistro Suooor Viiinceeenziiinaaaa!
Solo che qui non ci sono due pugili né si sale sul ring, si va de corsa a dire il rosario e tutti zitti e mosca a dire ave o maria piena di grazia sennò so' scomuniche.
Le suore meccanicamente sono arrivate e, finito il rosario, meccanicamente se ne vanno, sempre senza dire nulla. Programmate per pregare ebbasta.

Tornare nella terra natìa in queste occasioni è straniante, è difficile, è surrealtà allo stato puro.
Dopo circa quindici anni che vivi da un'altra parte acquisti consapevolezza che forse quella non è più casa tua ma lo rimarrà per sempre, che perdi, in un certo senso era ora, ad una ad una le ancore che ti facevano pensare alla cameretta tua, alla cucina tua, al camino tuo, al balcone tuo che ridà sulla Majella tua, al paesaggio tuo, all'aia tua dove giocavi col pallone tuo e gli amici tua.
Soprattutto acquisti uno status che tutti, chi più chi meno, ti hanno appioppato e nessuno ha il coraggio o l'indelicatezza di dire: il figliol prodigo.

Come in un film indie americano di serie b, quello in cui il protagonista (di solito un sociopatico) torna nel suo paese d'infanzia e non si riconosce più in nulla di quello che ha lasciato decenni prima, quello in cui però lo stesso protagonista incontra una fiha, si redime, scopre le sue radici e dà nuovo slancio alla propria esistenza. Ritrova sé stesso insomma.

Qui, non me ne voglia il Sundance, non ci troviamo in un film con protagonista quello di Scrubs o Ben Stiller, non c'è Natalie Portman ad aspettarmi né, grazie alla bellezza delle piccole cose, ritrovo me stesso per dare slancio ad una nuova esistenza e né, soprattutto e per fortuna, non sono un sociopatico Yankee. Angh pecché sono abruzzese.

Qui ci troviamo in una commedia anni '60 di Germi traslata ai nostri giorni, con una spruzzata di neo-neo-neo-realismo a colori al neon, e nello specifico, io mi ritrovo, solo e solamente, in mezzo a 'na freca di gente.

"Più neon, voglio più neon, 'ndiamo!"


Che non sa chi io sia.

Oddio non ti avevo riconosciuto.

Madre: condoglianze, baci, convenevoli.
Sorella: condoglianze, baci, convenevoli.
Fratello: condoglianze, baci, convenevoli.
Io: buonasera, faccia da e mo chi è cussù, confabulare con parenti, ritorno, scusa, oddio non ti avevo riconosciuto, ma tu sei il piccolino, eh ma devi tornare di più così è difficile riconoscerti, (comunque) condoglianze, baci, convenevoli con pseudo-s-conosciuto ora ri-conosciuto.

Che poi dei metodi per farsi riconoscersi ci sarebbero.
Mettersi vicino a madre per esempio, suscitando un impeto di deduttività nel prossimo: moglie del defunto di fianco al feretro + defunto nel feretro + sconosciuto che assomiglia ai componenti della famiglia del defunto vicino alla moglie del defunto = ah, ma allora hanno tre figli e lui è il terzo.
Appendersi un cartello al collo con su scritto “Sono il figlio piccolo (sì, ne ha tre di figli)”, evitando imbarazzi reciproci.

No veramente non... non mi va. Ho anche un mezzo appuntamento al bar con gli altri che mi riconoscono. Senti, ma che tipo di funerale è? Non è che alle dieci state tutti a dire il rosario ed io sto buttato in un angolo... no. Ah no, se si prega non mi presento. No, allora non mi presento. Che dici mi presento? Mi si nota di più se mi presento e me ne sto in disparte o se non mi presento per niente? Mi presento. Mi presento e mi metto, così, vicino a una finestra, di profilo, in controluce. Voi mi fate "Figlio Piccolo vieni di là con noi, dai" ed io "andate, andate, vi raggiungo dopo". Mi presento, ci vediamo là. No, non mi va, non mi presento.

Fatto sta che il cerimoniale, se così si può chiamare, dura per un giorno intero ed è più meno sempre quello descritto qui sopra.
Alla fine mi ci abituo e, spavaldo, vado io stesso a fermare la gente: uè ciao, grazie delle condoglianze, sono un altro figlio, no non sono quello segreto, sì sono cambiato, eh beh eh beh si cresce, non no fa nulla che non mi riconosci mi ci sto abituando, però ricorda la mia faccia la prossima volta eh?, ciao grazie scusa ne ho un altro che non sa chi minchia io sia.

L'episodio che più mi ha colpito, però, accade verso ora di cena, con la casa piena di visite come sempre: arriva una signora sconosciuta (non solo a me, ma anche al resto della famiglia/parentame), tutta vestito di un ,of course, nero che stride col pallore della sua pelle, occhi scavati che vanno dritti all'obiettivo (che non sapevamo ancora quale fosse): la Laudatodionna.
Entra e, a mò di suora sudestasiatica, va a bomba verso l'obiettivo mio padre.
Oddì jè l'amant!
No.
Tira fuori un libro di preghiere e invita mia madre a cantare e pregare.
Al ché, vedo la faccia interdetta di mammà, comunque grande pregatrice e cantante di chiesa (le sa tutte, da allelu allelu alleluja a o signor non son degno di sedere alla tua mensa), che, molto garbatamente e con un misto di sofferenza per e adorazioni di mio padre, rifiuta.
La Laudatodionna fa allora tutto da sola, nello stupore generale: canta e prega, ma non balla, ché gli stacchetti religiosi non sono ancora stati sdoganati dal Vaticano e Don Lurio non è un prete ma un coreografo.

Finito lo, uhm, show, prende e, suoramente, se ne va.

Si mormora sia una signora, mezza pazza, che partecipa a tutti i funerali, o se non altro, a tutti quelli che riesce. Arriva, prega, canta e se ne va.
Chi effettivamente ella sia è un mistero che non mi è dato sapere e, sinceramente, non voglio nemmeno saperlo. Per una che non mi dà le condoglianze e a cui nemmeno interessa se esisto, non esisto, se devo farmi vedere più o meno spesso, va bene così.

Un outsider praticante religiosa, considerata mezza matta proprio in quanto religiosa senza alcuna motivazione se non quella di dare, a modo suo, conforto a gente che nemmeno conosce, incurante di sguardi e bisbigli altrui.

Sono una donna non sono una santa, non giudicarmi perché prego tuo padre non sono una santa.

Chiunque tu sia, Laudatodionna, grazie, va, ma nemmeno c'è il bisogno che lo dica, con il tuo grande amico Dio e insegna agli angeli come irrompere nelle veglie pregando e cantando.

"Vengo solo se c'è la Laudatodionna".


Finito il bailamme, di notte, la notte prima del funerale, mi ritrovo finalmente silenzioso in una casa in-finalmente silenziosa. Vado ad accompagnare Amica, venuta a trovarmi, ma porcatroia, per l'occasione, su in mansarda, dove c'è camera sua e ci affacciamo sul terrazzo.
La serata è tersa, il cielo pieno di stelle, il lampione, fonte di luce obnubilante di cielo, più vicino è a centro metri. Se vede tutto il firmamento, e io, purtroppo, di astronomia avrei voluto sapere tanto ma non so nulla.
Ssshhhhhh, silenzio again.

Cerco un segno divino, laico, ateo, 'nzomma un segno e come stai e come vuoi che stia, passerà la tempesta e mi ci abituerò, sono stanco, vai a dormire?, ci provo ché domani è più dura di oggi.
Domani sarà arrivederci amore ciao e le nubi, almeno stanotte, sono già più in là.
Decido di scendere, non prima di aver visto in pieno la scia di una stella cadente, proprio in uno di quei momenti in cui pensi ora cade una stella cadente. Di solito sei con una tipa e aspetti la stella cadente per far cadere un limone a tradimento su di lei. E, sempre più di solito, col cazzo che arriva.
Ora, quando per te conta per davvero per davvero, il segno c'è. Cielo, stelle, silenzio che assorbe ore di veglia imposta.
Che sia di buon auspicio, nemmeno questo, è dato saperlo.

Scendo verso la sala: mio padre è, rullo di tamburi, scappato! (No, è ancora lì).
Mi fermo davanti a lui, neon ancora sparato, e mi viene in mente un immagine che lì per lì, causa caciara, non avevo realizzato avvenisse.

Un vecchio collega di mio padre, e per una volta sono io quello che ne ignora il nome mentre lui mi ha riconosciuto al volo, fa qualcosa di anomalo: se ne frega del resto della gente, rimane lì davanti alla bara piangendo e fissandolo per minuti e, mentre lo fissa, gli porge il saluto militare (non erano militari insieme né erano noti guerrafondai), mano sulla fronte, ciao Tommà.
Poi si avvicina al sottoscritto: tuo padre era una grande persona, ricordatelo.
Non ho mai la risposta pronta alla prontezza di spirito delle persone pronte, se non un “lo so lo so” (che minchia di risposta è, sarebbe stato più calzante un “e che no 'o so a zì?!”).

Piango moderatam... no, 'na freca.
Non vivo più lì, non sono più di lì e, sinceramente, non so di dove sono, ma nel mio cercare radici mi porto, come un backpacker spirituale, l'aura di quel giorno e, ad esempio che vale per tutti gli ultimi saluti, quello originale, rispettoso e commosso di un amico di papà.
Ricordatelo, tuo padre, e porta il suo esempio e il mio saluto sempre con te.

Letto, mp3.



Dormo.

giovedì 18 giugno 2015

BORN TO BE A PID (AVERE UNA BICI A BOLOGNA)

Avere una bici è fregno.

Riaverne una dopo 9 anni, grazie ad uno sconosciuto signor ciappinaro, beccato da coinquilina per caso, che ti aggiusta per soli 12€ le bici buttate da anni nel tuo pseudogiardino, ancora di più.

Sì però, ci dice il signor ciappinaro, nun devi MAI cambiare marcia, non ti devi MAI preoccupare del rumore di ferro vecchio che la bici fa che tanto è normale è una bici antica è una bici vintaggia e ricorda che te funziona solo il freno davanti e quindi non ti abbendare mai per le discese che sennò ti cappotti e fai le figùddemerda come quella volta a San Patrizio in Via Zamboni, quando sei finito su un palo di schiena, disarcionato da una bici fucsia e da un freno davanti che tu, sbronzo come le pazze, non ricordavi fosse l'unico funzionante.

Più o meno così, ma senza caschetto
La provi una volta e je dai e je la fai.

Quindi, riscopri sensazioni oramai dimenticate:
Il vento che fa il suo giro e ti accarezza i capelli che non hai; il sole che illumina la ruggine grigia della ferraglia a due ruote; quel bell'umido bolognese a cui tu gli vai in culo e porto tre, grazie sempre al suddetto venticello girante; quella voglia di scattare alla "èpartitomarcopantani!" per poi scoprire che un novantenne in graziella te stacca sul sottopassaggio di Via Zanardi.

Insomma, il collaudo è andato, ho una bici, un po' da scappati di casa, ma ce l'ho.


Oggi per giocare a calcetto non ho passaggio in macchina e quindi
STICAZZI HO LA BICI!
I-pod e fifififififischiettare pezzi di riproduzione casuale a capocchia, andando a zonzo (poi te togli una cuffia un secondo e senti "a testa de cazzo levate da in mezzo la strada").

Ponte Matteotti.
Parte lo strappetto ee OP-LA OPPELA I-UNO I-DUE IIIII-rumore di ferraglia sempre maggiore, piccolo schioppo e pedali che vanno a vuoto.

Catena spezzata in due, di netto.

Prego, notare sulla destra la catena arrotolata sulla ruota anteriore


Avevo appena cominciato la discesa, ovvero gli ultimi metri che avrei potuto fare con la bici.
In quei 20 secondi ti passa in mente, oltre i bei momenti passati insieme alla bike (cioè complessivamente 20 minuti), tutto il calendario gregoriano.

Scendi, arrivi al campo a piedi, giochi, rifai il calendario gregoriano, ti stanchi come non mai ché era la prima partita col vero caldo (e giocavi praticamente dentro una serra), ririfai tutto il calendario gregoriano, ti docci, esci, vai a prendere la bici e ti soffermi sulla catena penzolante, triste, solitaria y final, riririfai tutto il calendario gregoriano.

Nel tragitto a piedi e con la bici portata a mano, forse perché mi è partito Morricone nelle cuffie, mi è venuto in mente il finale di Un Sacco Bello, quando Leo/Verdone porta l'olio (il secondo, dopo che il primo gli si era rotto) da su' madre a Ladispoli.

Ero io.
Senza Roma, senza l'olio, senza che fosse ferragosto, senza Marisol e senza Ladispoli.
Ma ero io


venerdì 6 febbraio 2015

BIG SNOW

Quando ero piccolo, in inverno nevicava e tu uscivi per fare un pupazzo e tirare due palle di neve ai passanti, così a sfregio, e la madre ti tirava una sardella in testa e ti diceva copriti addò jisc così scemunito ti viene la febbre.
Non c'era il Big snow: "a mà sta arrivando Big Snow! Dove lo danno? Al multisala a Pescara? Se fai il bravo ti ci portiamo al cinema".

Quando ero piccolo, in estate faceva caldo, anche senza riscaldamento globale, e non si usavano nomi di condottieri o imperatori romani (scegliendo accuratamente i più stronzi): "Oddì sta arrivando Scipione, poi arriva Nerone, e non parliamo di Caligola..." e tu pensavi ma chi è li nom di li testimoni di Geova?

Si parla di 20 anni fa, non del dopoguerra.

Qua ci sono 20 anni di arretramento dell'informazione e 20 cm di neve, il Paese si paralizza, si danno nomi bizzarri a consuetudini metereologiche e si fa del catastrofismo gratuito.

Scusate il francesismo, ma hanno rotto la minchia con l'usanza di dare nomi ad eventi metereologici.

Scomodando il filosofo chietino intervistato anni fa dal Tgr Abruzzo de "la neve lo ha sempre fatto, mo oddij la nev, oddji la nev,  ma picché c'adeta fà? Sthet'v a la cas!", fondamentalmente è un problema d'informazione e, in senso più ampio, di cultura.


Shtet'v a la cas!


Lo stesso problema dell'informazione che porta a titoli strillati, al rumeno, e non, che so, al cuneese, pirata della strada, ai morti occidentali di serie A e quelli non occidentali di serie B, a cercare un sensazionalismo artificioso negli avvenimenti della normale quotidianità e a sminuire vere tragedie, a prendere per buone stronzate e passaparola del web e darle per vere, come nel caso delle due cooperanti (chiamate in quanto donne e in quanto regazzine Greta e Vanessa, tipo Paola e Chiara, in pratica facendole passare per due imbecilli incoscienti) che si sarebbero bombate i loro sequestratori, "rieditando" la sindrome di Stoccolma a sindrome della Siria.


P̶a̶o̶l̶a̶ ̶e̶ ̶C̶h̶i̶a̶r̶a̶ Vanessa e Greta siete due troie!



Siamo tutti Charlie ed evviva la libertà de scrivere stronzate, ma prendete con le pinze i titoli strillati e il sensazionalismo facile.

Fateve una coscienza critica e fanculizzate il superfluo, non lasciateve influenzare da esso o, per lo meno, cercate di non vedere Studio Aperto.

Che poi di tempo per partecipare al contest “che tempo di merda fa dove vivo?” e fare foto alla neve per postarla sui social c'è sempre (ed io non ne sono immune).

Vado a lavorare, ma forse no dai.

Mo chiamo a lavoro e je dico “oggi non vengo, ci sta Big Snow, il paese è paralizzato, se si blocca l'alta velocità come posso io, semplice umano, venire a fatijare?”

giovedì 8 gennaio 2015

CHARLIE RIDE LA VITA

"Se hai paura di una vignetta, allora il tuo profeta deve essere un nano".
S. Charbonnier

Sto qui come un baccalà a riflettere, seduto in poltrona e fisso la caldaia in cerca di un'ispirazione. Più che altro mi chiedo perché due tizi in nome di una religione entrino in una redazione di un giornale e ammazzino gente a caso (così a caso che hanno ammazzato pure uno che era lì in visita di, uhm, piacere).
L'undici settembre, Atocha, la metro di Londra, Breivik (che, per la cronaca, era norvegese, bianco che più bianco non si può e vagamente nazistello) mi colpirono, ovvio: la strage in sé, l'alto numero di vittime, la spettacolarizzazione dell'evento, il terrorismo, i bordelli che ne sono seguiti.

Stavolta è diverso.

E non è perché si colpisce la libertà di stampa. Quella viene colpita ogni giorno, molto più banalmente con stigmatizzazioni e querele, con dichiarazioni “bulgare” o con il menefreghismo. Cioè pure a me Libero e Tuttosport fanno schifo però, boia, ci sta che qualcuno scriva cose che non condivido (e per le quali col cazzo che morirei per fartele dire, te le farei dire e poi prrrr pernacchia), ma di certo non entro nella sede di Tuttosport urlando Chiellini è uno stronzo e sparando sui giornalisti (due portapenne della Juventus li spaccherei, sì).

Qui hanno ammazzato (o provato ad ammazzare) la satira, più universalmente l'ironia e il sarcasmo.

Secondo la Treccani l'ironia ha lo scopo di deridere scherzosamente o anche in modo offensivo, di rimproverare bonariamente, di correggere, e può essere anche una constatazione dolorosa dei fatti, di una situazione, ecc.. Stringendo, serve a pijà per culo.
Riferendosi al teatro greco, l'ironia tragica si riferisce al presagio della catastrofe, che sembra essere contenuto nelle parole, dette senza intenzione, di un personaggio.

Ieri si è assistito a questa altra declinazione dell'ironia: poche ore prima dell'attentato, su Charlie Hebdo è apparsa questa vignetta:




Sono una persona ironica, forse troppo, quando stimo qualcuno, quando mi piace umanamente un'altra persona spesso la prendo per culo: è un mio segno d'affetto, è un sotteso giudizio positivo.
Magari dico con spavalderia ma come cazzo te vesti? Chi sei, Sbirulino? e semplicemente significa che stile sofisticato ma allo stesso tempo non pretenzioso che hai, cioè sei ganza abbestia (a volte, invece, te vesti proprio come Sbirulino).
Se non stimo qualcuno, se c'è una situazione pesante o che non mi piace, la esorcizzo, non le do importanza, la rendo surreale e la rido. Si, non è un errore, la rido.

La vita la rido.

Mi piace ridere e scherzare su tutto. A volte mi alieno dalla realtà per questo.
Non ho tabù ironici, non esiste su quello non si scherza, il dramma si vive anche male (sono il primo che lo fa), ma per superarlo si sdrammatizza.

Charlie Hebdo è un giornale dissacrante. Charbonnier, Wolinski, Cabu e Tignous erano quattro stronzi, orgogliosi di esserlo, che se ne fottevano di essere corretti.
Volevano divertire e dissacrare simboli, soloni vari e (dis)onorare altri stronzi, più potenti di loro, con l'ironia, con il sarcasmo.
Perché la vita la ridevano.
Stavano sulla minchia a chiunque: destra, sinistra, centro, magistratura (che li ha fatti chiudere un paio di volte), stavano sulla minchia pure a concetti astratti quali pudore e decoro e, financo, ad alcuni fatali ambienti religiosi.

Ora vengono martirizzati. Chissà quanto hanno fatto rodere il culo ad Hollande, Sarkozy, Mitterand, De Gaulle, Giscard d'Estaing e compagnia cantante.

Al di là della matrice pseudo-islamica, che per quanto mi riguarda è semplicemente fascista (nel senso più ampio del termine), leggo i soliti 50000millemila commenti dell'evento terroristico spettacolare e spettacolarizzante, di testa e di pancia, nel senso di basso ventre, quello che prelude alla cacata scritta.

C'è quello razzista, chiaramente argomentato alla grande, E SO' SEMPRE L'ORO I IMMIGRATI (erano francesi), ANDATE A LA CASA VOSTRA, oramai un grande classico per grandi, piccini e salvini (in Italia il top sarebbe Balotelli che si arruola nell'Isis, il sogno di ogni leghista/razzista).
L'immancabile analisi politica con exit poll immediato essè mo vince la Le Pen (o Salvini).
L'assediato catastrofista che pensa che ora inizi la guerra santa, circa un millennio dopo l'ultima.
Quello che scrive la frase ovvietà del giorno da Grazie al cazzo.
Quello che smentisce le prime tre categorie e che in generale smentisce la linea editoriale mainstream del momento.
Quello che rismentisce quello che smentisce, e cosi via. Alla fine non sa nemmeno più cosa smentisce.

Io stesso non ne sono immune, ma a quasi tutti sfuggono due particolari.

Quasi nessuno parla delle persone in questione. Sono, anzi erano, essere umani, non solo simboli della libertà di stampa. La Politkovskaja 'ndo la mettiamo? Ma, ça va sans dire, il 70% di quelli che scrivono non conoscono o hanno rimosso la giornalista russa.
Giusto onorarli, giusto andare in piazza, se non altro dimostrare che la barbarie anti-umana va stigmatizzata, giusto sarebbe riderli.
Ma l'unico che l'ha fatto, con una delicatezza quasi commuovente, è lui:




Quasi nessuno ha colto il messaggio fondamentale, oserei dire esistenziale, dei giornalisti di Charlie Hebdo.
La vita va (auto)ironizzata, prendersi troppo sul serio fa male, come direbbe un mio amico agitando la mano in segno di ciao, non è salutare.
Se tutti quelli che danno aria alle dita che stanno usando per scrivere raccogliessero l'esempio di Stéphane Charbonnier, George Wolinski, Jean Canut, Bernard Verlhac e di tutti gli altri uccisi in redazione (ma magari pure i due poliziotti erano due persone con uno spiccato senso dell'umorismo) mentre pensavano a come dissacrare il prossimo, il mondo sarebbe un posto più fregno e si vivrebbe meglio.
Sembra una cazzata, vero?
Applicatela alla vostra vita, ridete, pijate per culo e, soprattutto fatevi pijà per culo.

Castigat ridendo mores.
Così sentenziava il poeta latinista francese Jean de Santeuil.
Sempre dalla Francia bisognerebbe imparare la lezione: scherza i tuoi idoli, non li ammazzare per una cazzo di vignetta.
Ché non si uccide solo con un mitragliatore automatico.
Le parole sono importanti, gli atteggiamenti sono importanti.
Se dopo l'attentato di Parigi ti ergi a paladino della libertà di stampa e poi non accetti l'ironia giornaliera ma scrivi un commento bigotto e piccato su un post di Spinoza, fattele due domande.

Perché per me Charbonnier, prima di morire, non è lì spaventato ad aspettare che gli sparino.
Charbonnier all'ennesimo Allah Akbar urlato a squarciagola, li ha guardati tra lo scocciato e il divertito urlando ma che ve urlate! Fatevela 'na cazzo de risata!

Ecco.

Dipingi un Maometto glorioso, e muori.
Disegna un Maometto divertente, e muori.
Scarabocchia un Maometto ignobile, e muori.
Gira un film di merda su Maometto, e muori.
Resisti al terrorismo religioso, e muori.
Lecca il culo agli integralisti, e muori.
Prendi un oscurantista per un coglione, e muori.
Cerca di discutere con un oscurantista, e muori.
Non c'è niente da negoziare con i fascisti.
La libertà di ridere senza alcun ritegno la legge ce la dà già, la violenza sistematica degli estremisti ce la rinnova.
Grazie, banda di imbecilli.


Fatevela 'na cazzo de risata, stronzi!



martedì 28 ottobre 2014

DUE O TRE COSE CHE SAPEVO DI LEI (tipo gli occhi alla Diane Keaton)

...e poi è tutto un ricordare le cose meglio di com'erano davvero di quando avevamo qualche anno di meno...”

Vado al cesso và.
Maremma se me scappa, veloooce, ops, scusa, scusami, permesso, sei in fila per il bagno no, tu nemmeno e sono arrivat... minchia 200 persone.
E ora come fò?
Leggo gli articoli attaccati fuori la porta scorrevole del bagno bramato, articoli che già conosco a memoria, tipo quello, del Manifesto, sul posto occupato anni fa a Cosenza.
Ogni tanto mi chiedo chissà che fanno a Cosenza, chissà se quel posto occupato è ancora occupato a Cosenza, chissà se in questo momento il cesso di quel posto occupato a Cosenza è occupato.

Dai dai, sbrigatevi, jam su.
Esce dal bagno una tipa: capelli neri rasati ai lati, coda a chignon (fino ad un anno fa la chiamavo a chiffon, dire che secoli addietro ce l'avevo pure io), un po' punkettina, piena di anelli, di cui uno al naso, e bracciali, con gli occhi tristi, all'ingiù, di quelli che piacciono a me, come Diane Keaton.
Per il sottoscritto, uno dei termini di paragone per definire il concetto di bellezza: gli occhi alla Diane Keaton.
Mi guardo, la guardo, minchiaguardi.


prego, notare particolare occhi

Ciao... (esitazione alla oddì come cazz si chiama) Fabio.
Uè ciao grande (e qui potrei scrivere fiumi di parole sull'uso dell'aggettivo “grande” come sostitutivo, a volte, del nome), come va?
Bene dai, tu?
Tuttappò.
(silenzio)
Io esco che devo raggiungere gli altri, ciao.
Ciao.

Chi sei? Come sai il mio nome?

La guardo allontanarsi schivando la folla: ha un piercing sulla nuca (il cosiddetto “cozzetto”), una sbarra metallica.
Il piercing al cozz... alla nuca, gli occhi alla Diane Keaton, il dialetto centro-italico non abruzzese (ché per me esistono il dialetto abruzzese e il non dialetto abruzzese, cioè il resto delle lingue e dei dialetti della Terra).

Se tre indizi fanno una prova, provo a spremermi le meningi, non troppo che sennò mi piscio sotto.

Il ricordo, rimosso dagli anni, dal poco tempo in cui l'ho vista e dal fatto che lei è “leggermente” cambiata (cambio di taglio, colore capelli, stile, chilo nel senso che avrà preso quindici chili), riaffiora.

Tu non sei una cosa seria, ma nemmeno una semplice scopata.

Che sarebbe come a dirsi non sei né carne né pesce.
Il veganesimo applicato all'amore/sesso.

Ma io veramente voglio solo trombà, pensavo.
Però, in fondo, per quei due mesi di pseudo-quasi-ogni tanto-rapporto, mi piaceva.
L'ho conosciuta per strada, davanti al Contavalli, parlandole non so per quanto tempo di un film che lei stessa mi aveva appena nominato: Rushmore.

yeaaaaah!

UUUUUUUUUUUUUUUU rushmore, graaande conosci rushmore il film più sconosciuto di Wes Anderson! E vai lì a parlare di trama, di Bill Murray, di Jason Schwartzman, dei movimenti di macchina, di tutta la filmografia di Wes Anderson, insomma a ruota libera, con gli occhioni (esclusivamente i miei) sognanti.

Ecco, lei invece mi aveva nominato Rashomon di Akira Kurosawa.


ops, scusa

Ah.
Scusa.
Non sai chi sia Wes Anderson.
Scusami tanto, non volevo, scusami.
A Gondry come sei messa?
Ghostbusters? L'omino dei marshmallow?
Il Verdone anni '80? Niente?
Vabbé almeno Vacanze in America che te faccio tutto il repertorio de Don Buro?

che te ridi, nun conosce nemmeno te

Io avevo una sciarpa viola, di quelle pesanti, di lana, fatta a mano. Me l'aveva appena prestata un mio amico troppo sbronzo per portarla e troppo impegnato a dire puppami la fava a tutti i passanti del centro (sempre per via della già citata sbronza).
Io la prestai a lei: Non la voglio. Tienila, fa freddo, tira un bella zizzola. Che? Un venticello bastardo. Non mi serve comunq... vabbè dai dammi 'sta sciarpa.
Quando vuoi rivedere qualcuno, o tu o lei, "lasciate" qualcosa all'altro, facendolo sembrare casuale: un orecchino, un indumento, un I-Pod, il portafoglio, una sciarpa.
Più in generale, un pretesto.

L'ultima volta, era prima delle vacanze di Natale, che dovevamo vederci io ero uscito con una mia amica.
Andò a finire che l'amica mi disse che non voleva essere mia amica ma deppiù, io rimasi come un baccalà e non sapendo scegliere, nemmeno per quella sera, fui scelto e bona.
Mi misi con l'amica (amica amica, scusate il francesismo, stocazzo), in un rapporto un filino burrascoso che per un po' mi ha fatto penare che nemmeno una sceneggiata napoletana con lanci di piatti napoletani e urla napoletane, guarda.

Era, tutto sommato, un insignificante e giovanile sliding doors
Se avessi avuto il coraggio di dire all'amica ah, hai capito che mi vuoi bene, mmm, sissì nonnò, vuoi stare con me, mmm... Ah, dai, vvvabbè... si è fatta una certa, tante belle cose, vado che mi devo beccare con Diane Keat... con una tipa, ciaone, bella per te, avrei evitato mesi di litigate, urla, pipponi, porte spaccate e uova di pasqua sfasciatemi in testa (davvero).

Ma non è questo il punto: il punto (o il pretesto) è che sto diventando uno di quei (sospirone) trentenni che non si ricordano le tipe con cui usciva (ma anche gente ics che frequentava) e dice ah ma tu sei quella con cui sette anni fa so' uscito mezza volta e con cui stranamente mi ero fissato, dichiarando a mezzo stampa dopo dieci minuti di conoscenza che ti avrei sposata e avremmo avuto tre splendidi bambini solo perché sapevi a memoria la scena delle olive che sso' greche di Mario Brega in Borotalco?

Sono quasi arrivato, sempre a livello di metafore filmiche, al Grande freddo, a Compagni di scuola, al momento nostalgia, al tempo che fu e non torna più.

S'invecchia e non si matura, e tutti, in più, mi dicono che sono la memoria storica di tutti i conoscenti (la parola esatta è scassaminchia). La dimostrazione è che nel blog scrivo, di solito, di ricordi, aneddoti e cacate fatte nel passato.
Come fai a ricordarti di quel pranzo del 25 marzo del 2005? Boh, e come me lo ricordo, ricordo le minchiate mie, dei miei amici e le ripropongo diciamo almeno, uhm, 50 volte all'anno, anche agli sconosciuti.
Ciao, piacere, la vuoi sentire la storia di quando mi sono cappottato con un carrello della spesa a tutta velocità in via Zamboni? No? Allora tutto è iniziato il 16 febbraio del 2006...

Il tempo di rinsavire dai miei pensieri e scopro che la fila, prima di 200 unità, ora è passata a 400 unità. Mi sono passati avanti i baristi, quelli che erano prima in fila con me e je riscappa e financo i netturbini.

Vado a farla fuori che sennò poi mi tocca scrivere un post su quando mi sono pisciato sotto in un bar à la page di Bologna.

Vicoletto, olè, aaaaaa, liberazione.

Ma non stavi facendo la fila al bagno?
È lei che va via e continua a camminare.
C'era fila, mi stavo pisciando addosso.
Bonjour finesse. Ciao scemo.
Ciao.

Però mi piaceva, con quindici chili in meno, ma mi piaceva.


Bonne nuit finesse.